20Maggio2019

 

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Orgoglio Antico di Amalia Marmo. La recensione di Raffaele Nigro

Sembra di addentrarsi in un’appendice del Cristo di Levi tale è la liquidità di scrittura di questo libro che sto consigliando a chi ami ancora leggere.
Amalia Marmo scrive un romanzo autobiografico che si presenta comunque involontariamente fratto in due grandi racconti,il primo è il succo di una memoria indelebile che ricostruisce la propria infanzia a Miglionico, città a pochi passi da Matera, il secondo è la storia di Angiolina e del suo amore per un giovane medico apparso  d’un tratto sulla scena narrativa. I due racconti dovrebbero essere legati dall’io narrante dell’autrice,che tuttavia,nel momento in cui alla descrittività della prima parte sostituisce la narratività della seconda,sembra sfuggire leggermente di mano l’unitarietà del tutto. E’ comunque abbastanza normale in un racconto d’esordio.
Va detto tuttavia che la profondità di analisi psicologica tiene insieme le due narrazioni. La Marmo ha letto molto,autori come Dostojevskij, Shiller,Manzoni e autori più sentimentali, come Balzac, Hugo, la Invernizio e la narrativa d’appendice. Mentre nella prima parte c’è il bisogno di ricostruire la propria giovinezza in casa della nonna, rivista dopo anni di assenza, nella seconda è una storia di crescita e di innamoramento che sorregge la trama. A una ricostruzione molto fluida di tempi e di geografie legati alla propria esistenza, segue un racconto meno partecipato e direi in terza persona,dove ci dimentichiamo dell’autrice,dei suoi sogni lontani e del rapporto costante tra lei che scrive e il mondo rappresentato.
Emergono tuttavia nella felice capacità descrittiva della Marmo oltre medaglioni partecipati della Basilicata  del dopoguerra e di un paese amato come luogo in cui si è formata la sua anima giovanile, creature tagliate a tutto tondo, nonna Amalia, per esempio, la vera protagonista del romanzo, e della quale l’autrice porta il nome, persona fine e assennata,che sa condurre un’ esistenza da signora di rango, senza porre distanze sociali tra sé e la servitù, una donna che consiglia il marito ma non prevarica mai le sue scelte e che sa amare la nipote,futura narratrice, con dedizione direi materna. Affianco a lei c’è il nonno, un uomo tutto d’un pezzo, all’antica, con un doppio matrimonio alle spalle e una figlia di primo letto,Angiolina, affidata alle cure di uno zio, quasi scaricata e forse persino poco amata. La suscettibilità di quest’uomo,che pure è stimato e rispettato dal mondo circostante, non ha tollerato la banalità di un saluto mancato e Angiolina è scivolata via dal suo cuore. Salvo a rivederla in punto di morte e a  chiederle di dialogare,di dirsi le cose che non si sono mai dette. Qui si rivela la capacità notevole della Marmo, nella ricostruzione dei rapporti,dei caratteri,dei sentimenti. Questo sì che le riesce a meraviglia. Con una passione descrittiva che ricalca la tradizione  ottocentesca. Non mancano dunque nel libro gli ingredienti propri di un romanzo classico,la morte prematura di zia Paolina, la fermezza dei nonni e dei genitori, un velo di profonda religiosità che fa appello costantemente ai dettati della Bibbia e del Nuovo Testamento,le coordinate di un mondo e di un tempo ormai in via di estinzione. Un piccolo angolo di Gattopardo intriso di rilievi antropologici,dove scivolano anni che sono stati comuni alla generazione  apparsa tra le due guerre. Un racconto dove si  mette in risalto la finezza descrittiva di un’autrice che quegli anni  mostra di averli vissuti con profondità di osservazione, tempi in cui il sud si andava ricostruendo e scivolava da una stagione contadina e di miseria a un’altra di borghesia e di più evidenziato benessere.

Raffaele Nigro
Giornalista, scrittore e critico letterario (Premio Campiello)