19Aprile2019

 

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'Orgoglio Antico' di Amalia Marmo, una storia di personaggi sensibili

La “Musa maliosa” di Amalia Marmo, docente e poetessa lucana pluripremiata, autrice di quattro apprezzate sillogi liriche (Vento del Sud; Le rose di Pieria;Mnemosyne- fili di memoria; Il vento leggerà - Gradita sintonia), chiede ora le forme più distese della prosa per dar luogo alla sua virtù creativa. Nasce così questo romanzo “Orgoglio Antico”, ambientato dalla Marmo nel suo paese d’origine, Miglionico, con la sua gente semplice e i suoi riti arcaici, non senza una vena di nostalgia: “…era quella “la felicità” contrapposta alla grande “solitudine” dei nostri tempi”. Il suo “cuore vagabondo” è rimasto lì, fra quelle strade, “quella signorilità raffinata e umana dei parenti, delle famiglie antiche, della “povera gente” che amava e da cui era amata, dove viveva amante della libertà e “curiosa di apprendere”, e respirava aria pura, “una dolce tenerezza impregnata di attesa”.
Nella premessa l’autrice confessa di scrivere perché le cose narrate acquistino il senso della purificazione, tale da dischiudere “un orizzonte che libera ovvero una chiave che può risolvere anche un disagio interiore insopportabile”. L’esordio del romanzo segna l’emergere delle memorie della fanciullezza e dell’adolescenza, incentrate su un vivido ritratto, che si va ulteriormente definendo attraverso il corso della narrazione. È la figura, tutt’altro che senile, della nonna Amalia: di animo nobile, generosa, dotata di sicuro intuito psicologico, consigliera di pace, espansiva, “sana di corpo e di anima e di un’elegante sobrietà nel vestire”, illuminata da una profonda religiosità e una sicura saggezza, che si manifesta in frequenti espressioni gnomiche: “nessuno è padrone della sua vita”; “tutti abbiamo qualcosa di cui pentirci”. Una figura esemplare, che mi fa pensare, per contrasto, a un’altra matriarca della nostra narrativa (pur se di inferiore livello culturale), Donna Teresa Uzeda, “reggitrice dispotica della famiglia e tiranneggiatrice dei figli”, eppure oggetto di lodi sperticate da parte delle auliche tabelle d’onore in occasione delle esequie descritte da De Roberto nel romanzo I Viceré: “cuore gagliardo e pietoso / animo eletto munifico / onninamente degna / della magnanima stirpe che la fe’ sua…”. E’ lei, a mio avviso, il personaggio egèmone, sul quale si riflette il vario gioco dei sentimenti e dei risentimenti che animano la storia: il dissidio innaturale insorto tra il marito di lei, vedovo, riservato, isolato, orgoglioso (i tratti del suo volto diventano, con gli anni, “grevi e freddi come un marmo”) e Angiolina, la figlia di primo letto che vive nella sfarzosa dimora dello zio a cui è stata affidata, ed è gelosa delle sorelle, figlie di secondo letto del nobiluomo, e per di più segnata dalla morte in guerra del fidanzato: un contrasto che diffonde sulle pagine un’atmosfera greve, la cui tensione, però, non giunge fino all’oltranza di una incubosa e insanabile sudditanza all’odio.
Povera di accadimenti esterni, la storia si sostanzia prevalentemente dell’analisi psicologica delle due figure antitetiche e dei riverberi che il loro rapporto suscita nell’animo della nonna, fino a risolversi nella caduta dell’orgoglio, che cede a un moto di tenerezza, con l’imminenza della fine di lui, quando il nobiluomo si ammala e Angiolina non tarda a venire al capezzale e lo aiuta a recitare con lei il “Padre Nostro”, lo fa bere, lui le chiede perdono recitando la sua autocritica e lei avverte il rimorso e l’amore di lui, prova una ineguagliabile dolcezza e compassione per lui, di cui accarezza le mani. Finché, poi, il racconto fa balenare la luce e il sorriso di un duplice inatteso incontro nella vita di Angiolina: l’arrivo di una giovane con una bimba in braccio che chiede ospitalità; e l’alba di un nuovo amore.
La sensibilità di questi personaggi appare tratteggiata con disamina finemente analitica, attenta ed ogni particolare e sfumatura, e punteggiata di non rare notazioni etiche. Così come appassionatamente analitica è la descrizione del grande palazzo matriarcale e dello “stile di vita del passato”. Il ricordo di quel “mondo incantato” ispira, poi, all’autrice altre suggestive descrizioni di luoghi e di momenti, che rivelano la felice persistenza della sua vocazione lirica, pervasa da un’intensa animazione della natura e da una viva sensibilità cromatica: “Com’era bella la campagna selvaggia come me, piena di alberi di ulivo e d’argento che si dondolavano come onde di mare, accarezzate dal vento. Tutto parlava, ogni cosa, ogni attimo, ogni pietra, ogni foglia”. Ed ecco “il colore dei monti lontani, la loro pace, le siepi di croco e melograno selvatico, i fondi con la vista sul Basento, le vallate sterminate, i greti pietrosi dei torrenti asciutti, che sembravano paesaggi lunari”; o la luce della luna che “avvolgeva il piccolo paese come un velo trasparente”; o il paese che “quando comincia ad avvilupparsi nel colore dell’estate, ha una bellezza soffocante, un po’ triste soprattutto all’imbrunire, quando un panorama di mansarde e di tetti si vede avvolto in vespri rossastri e le torri delle chiese antiche sembrano navigare tra onde. Al di sopra il cielo senza nubi cambia i suoi colori morbidi. Da un azzurro polveroso passa al rosso sangue, oro, ametista, poi giunge la notte”. Segno cospicuo di tale vocazione appare anche la frequenza di metafore e immagini fascinose: la notte “graffiata di mestizia”; “il rumore degli alberi in autunno che intristisce il cuore dei vecchi così come una campana mesta e lenta”; “quella sontuosa aristocratica solitudine”; “le passioni scoppiano come i temporali che tuonano a lungo e in maniera soffocata prima di esplodere”: “i mille fili che uniscono le anime degli uomini e la portata delle loro parole”.
Il racconto si avvale di una prosa pacata, armoniosa e senza scosse, rivelatrice di una sicura formazione umanistica, che gode in prevalenza di un periodare ampio ma non disdegna, specie nella seconda parte, cadenze sintattiche agili, talvolta epigrafiche: una varietà della partitura che rappresenta un ulteriore fattore della validità dell’opera. Il lessico, limpido e trasparente, rimane immune da ogni contaminazione dialettale, che pure avrebbe non poco giovato alla coloritura dell’ambiente e alla sua caratterizzazione lucana.
Il romanzo si ferma alle soglie di un’altra storia, con l’imprevisto, scarno accenno ad un reiterarsi del dissidio orgoglioso, stavolta tra la primogenita di secondo letto del nobiluomo e la figlia, madre dell’autrice, che si riserva, così, la possibilità di un’ulteriore prova narrativa, alonata anch’essa di speranza.

Franco Trifuoggi
Saggista, critico letterario, cultore della poesia di Albino Pierro