20Novembre2019

 

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Le Ballate d'Argilla di D'Avenia illuminano i calanchi. Note d'incanto e magia alla riscoperta delle nostre radici

Dal letame nascono i fiori: è la frase o forse la riflessione che echeggia nella mia mente.
Ascoltare tre, quattro persone che suonano con degli strumenti non amplificati alla luce del tramonto e in un posto di una desolazione affascinante, come i calanchi, che ti parlano della tua terra, di “monachicchi”, di morte, di vita, di radici, di normanni e di greci, credetemi, è stata un esperienza magica.
E poi pensi a Giuseppe D’Avenia che ha voluto caparbiamente portare avanti il suo progetto. Ha dovuto assecondare le sue tensioni, i suoi turbamenti, quelli di un artista che si lascia travolgere dalle storie, dai ricorsi storici, dai racconti dalle tradizioni e le trasforma in musica.
Il nostro sud è anche questo, e Giuseppe con il suo lavoro ci da la possibilità di fare un viaggio alla riscoperta della nostra identità. Sarebbe bello che oltre al cd, che vanta collaborazioni importanti, si possa creare un evento tipo teatro canzone. Sarebbe bello portare il nostro sud in altri posti.
Non sono un critico, ma nel lavoro di Giuseppe vedo contenuti importanti. Mi inorgoglisce e mi affascina pensare che questo progetto nasca da questa terra, da uno spazio angusto dal sottotetto di una casa in campagna, tra libri, spartiti e chitarre. Mi auguro che il lavoro di questo nostro artista venga valorizzato  e sostenuto così da permettergli di continuare la sua opera: non farlo sarebbe un omicidio.
Alcuni “sponsor” non lo hanno capito. Hanno pensato alla solita richiesta di soldi, perché in pochi minuti non potevano capire la nobiltà, l’amore e lo spessore culturale che c’è dietro questo progetto. Ma Ieri le sue storie e la sua musica hanno preso vita tra il silenzio dei pochi presenti e l’argilla dei calanchi.
Sarà stata la suggestività dei posti, il buio illuminato dalle candele, ma mi piace pensare che la sua musica o meglio “la sua opera”, un giorno possa appartenerci, e possa renderci più consapevoli di quello che siamo e di quello che siamo stati.

Giuseppe D'Alessandro