20Maggio2019

 

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Il vento leggerà, la prestigiosa critica letteraria all’ultima opera della poetessa Amalia Marmo

La poetessa Amalia Marmo è considerata dalla critica letteraria regionale e nazionale novella Emily Dikinson per il suo coraggioso ardimento metaforico ed analogico ed anche la poetessa che porta in tasca l'universo con l'uso della parola.
La sua ultima raccolta di liriche "Il vento leggerà. Gradita sintonia", edita per i tipi di Setac, apre con una tenera ed affettuosa dedica al padre che, oltre ad un grande amore, le ha dato le ali e le ha insegnato a volare alto. A tergo della copertina un pensiero dell'autorevole critico letterario Mario Santoro completa la prefazione al testo di illustri critici quali Francesca Amendola e Franco Trifuoggi, saggista, cultore della poesia di Albino Pierro, oltre che vincitore, nel 1973 e nel 1998 del Premio alla cultura della Presidenza del Consiglio conferitogli per i suoi numerosi articoli di critica letteraria e i suoi saggi.

PREFAZIONE A IL VENTO LEGGERA'
"Che non finisca qui / datemi un punto solo / che il mio canto continui...". L'auspicio espresso nel 2007 da Amalia Marmo nei versi della pregevole raccolta Le rose di Pieria trova ora compimento nella nuova silloge, il cui titolo, Il vento leggerà – Gradita sintonia ripropone significativamente un vettore lirico (il tema del vento) già operante in quella silloge e già presente nel titolo (Vento del Sud), della precedente, apprezzata raccolta del 2004. La gentile poetessa e docente lucana, gratificata di numerosi premi e riconoscimenti lusinghieri, e presente in varie antologie di poesia e di critica letteraria, offre qui una nuova prova della sua vena creativa e della sua perizia letteraria riconosciute da illustri critici.
Il motivo del vento, caro al suo grande conterraneo Albino Pierro, presente in più di un componimento della nuova silloge, come "battito" o "vampa assillante" o metafora dell'instabilità o sibilo soave, permea di sé la lirica eponima: "...il vento / non sa leggere, / e forse non lo sa, / coglie i fiori più belli / in avvenire, / non semina diamanti / ma sogni di cristallo...". E conclude i versi intensi e accorati di Quasi lucerna al vento: "...Quasi lucerna al vento / tremola l'anima spenta". Anche qui, comunque, come nella silloge precedente, appare centrale la personalità romantica dell'autrice con la cangiante ricchezza della sua sensibilità e la sua inquietudine esistenziale, che animano una sofferta meditazione sul passato e sul senso della vita, in una con un'acuta introspezione, non di rado disposte all'ascolto delle voci della natura, della "vampa del vento", del "soffio caldo dell'estate", all'evocazione del "profumo dell'erba / bagnata, sotto il sole", del "sapore della terra", ove ella ritrova il senso della propria poesia: "il fantasma della vita / ardentemente dipinta, / i colori dell'iride, / la salsedine del mare, / i fiori incastonati / nei margini del tempo / come pietre, intatte, / o testimoni effimeri / di un paradiso perduto...". La vita o la morte sono state, per lei, come "un sogno vivente / un gioco d'azzardo / una catena di montaggio / di giorni, scavalcati / all'ombra del sospetto o / attesa ansiosa di un tenero avvenire, / ... /... un sogno, un incanto alternativo, poesia / ... / o ringhiera di gioie, illusioni mancanti / sorprese inaspettate di scalini che / salivo in fretta".

Anche qui si celebra l'osmosi dei sentimenti con il paesaggio, in un incantato e nitido assaporamento delle parvenze naturali, in cui scioglie l'illusione amorosa, evocata con elusivo pudore: "Sul verde degli olmi / si incastra l'autunno, / sovrasta di foglie perdenti, / regnanti nel nulla. / Del vento, la voce / di sibili dolci scintilla, / gli inganni perenni d'amore / silente trasforma". E il balenare del pensiero della propria scomparsa si risolve in un delicato invito a cercare, quel giorno, nel vento "il soffio lieve" della sua carezza. Parimenti ella conosce l'ebbrezza della solitudine, guardando il suo cane che "corre nel vento / ... / e pensa, pallido come la luna / riposa con le stelle...". Così il suo animo si aderge alla perplessa contemplazione del mistero, alla domanda sul senso della vita, del suo incanto e della sua labilità. Non manca, tuttavia, di inebriarsi del sorriso della bellezza, "che fugge sempre e torna in ogni dove", e la vede rispecchiata in una rosa, da lei cercata "nei cespugli selvatici... / ma anche dentro i rovi..." per non dimenticare mai "...la leggiadria, / l'odore effimero e fiero della vita, / ma anche il suo mistero...". Affiora, così, in filigrana, una sottile angoscia, per la contezza eraclitea del flusso perpetuo della realtà.
Accanto a questi motivi fiorisce, in sintonia con la poetica leopardiana della ricordanza, la poesia degli affetti perduti, degli interni domestici, che attinge esiti di deliziosa semplicità e di soave tenerezza: il ricordo del padre "compagno assiduo dell'età felice" che "nelle sere d'estate, / di sopra alla veranda" le insegnava "che mai l'amore / avrebbe avuto fine"; e quello della madre che "saliva in fretta" le scale e "andava in soffitta, / stendeva panni al sole" mentre lei, "col pensiero degli anni", la guardava, ignara di tutto. Ad essa si affianca, in versi assorti e teneri, la nostalgia dell'infanzia, "sprecata / d'innocenza". E', insomma, una scrittura che, pur non indulgendo al lirismo effusivo, risuona della voce di una femminilità trepida e appassionata, talora sognante e assorta, ma pure lucidamente raziocinante, che sa raccontarsi alla luce delle varie occasioni esistenziali, dei richiami della natura e del fascino del sogno. Ai margini di questo percorso autobiografico si evidenzia una sicura virtù di raffigurazione iconica nella presentazione di due personaggi: la donna, "né giovane né vecchia" di Diceva Dostoevskij e "il vecchio tondo / dalla faccia ovale" di Litania: due ritratti disegnati con mano ferma, in cui si esalta il suo gusto visivo e plastico.
Il discorso poetico, nella costante fedeltà al verso libero, esorcizza la gabbia delle forme metriche chiuse e si concede solo qualche rada rima, baciata o lontana, e assonanza o consonanza. Esso si dispiega tra i due poli della sostenutezza ermetizzante, amica delle cadenze analogiche con il facile rischio di compromettere la trasparenza semantica, e della familiarità suasiva, aperta alla denotatività. La lingua, elegante e raffinata, non aliena da stilemi classicheggianti, sa, nella sua duttilità, discendere a un livello medio, referenziale e comunque amabilmente collocutorio. Prevale, comunque, l'opzione per il componimento breve, memore della lezione callimachea e leopardiana. Il ductus lirico, spesso, anche qui "catalizza l'attenzione del lettore" sollecitandolo "ad una intrinseca profonda riflessione", come nota Giovanni Modugno a proposito di Le rose di Pieria; mentre rivive, qui, "l'allusione ad un cantare, impalpabile e leggero e al tempo stesso radicato e solido" rilevata da Mario Santoro in quella stessa silloge. La Marmo non ricerca, peraltro, scoperte sonorità, anzi pare voler evitare i "giri armonici tradizionali" per attingere una sua personale dignità e verginità di contemplazione e di raffigurazione. In tale direzione indulge a versi brevissimi, anche trisillabi o bisillabi, all'enumerazione (a volte con esiti di climax), agli enjambements, all'ellissi del verbo, e talvolta alla "concisione quasi epigrammatica" cara alla poetica del primo Ezra Pound. Anche qui, invero, è vistoso il tributo alla lezione dell'ermetismo e di Emily Dickinson (autrice preferita della Marmo, in una con i lirici greci e Pierro) per lo "strenuo ardimento metaforico ed analogico" e la propensione verso le ellissi; cospicuo è il corredo di metafore (talora aspre, affilate, talaltra pervie e sensuose), di sinestesie, di immagini originali e di stilemi dagli effetti di straniamento di cui si alimenta il dettato poetico, segni inequivocabili di fervore di fantasia e di perizia semantica: "tenebrosi e incostanti custodi"; "avanguardia di stelle"; "lampo di coda di cometa"; "torrido mio tempo"; "l'universo negli occhi"; "pallido eclettismo"; "l'incanto distillato / di perenne attesa"; "saziata di colore"; "tra gli intarsi del tempo"; "scendere gradini di futuro". Ma per converso si scopre, qua e là, il gusto di un discorso lirico nutrito di cose concrete e di immagini semplici, arioso e immediatamente comunicativo: è il caso di lacerti poetici come Avvolta nel mistero, Per sederti accanto, La mia casa piena di scale, e L'erba delle soglie antiche, ove rivive una vaga memoria pascoliana: "C'è qualcosa di magico / nella mia terra / che sa di nuovo, / alla chiesa del Casale / vicino alla cappella / di mio padre...".
In conclusione, con questa silloge Amalia Marmo conferma la sua felice vocazione lirica, e la sua fede – retaggio di una salda formazione umanistica - nel valore della parola poetica, tanto più lodevole e preziosa in un tempo, come il nostro, inquinato dall'utilitarismo e incline all'imbarbarimento.

Franco Trifuoggi