17Luglio2019

 

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Tradizione, indentità e pochezza umana. San Rocco secondo me

Alla fine della giostra dell’Agosto pisticcese, che da noi dura non oltre il diciotto, ultimo delle feste patronali di San Rocco – poi piove e se, come quest’anno, il sol leone continua, piove lo stesso – , resta sempre e solo quell’icona, la statua del Santo che, stagliandosi sul panorama dell’essere pisticcese, lo definisce, gli da’ corpo, forma: è il nostro Vesuvio, il nostro Colosseo, la nostra Tour Eiffel, più ancora dei tetti del Dirupo e della pregevolissima forma architettonica della chiesa dedicata al Santo. Uscendo, ogni sedici Agosto, immediatamente spicca nello skyline dell’intero territorio comunale, e ne rimane il picco sino al successivo, e al successivo ancora: succede da trecento e più anni e niente l’ha scalfita; da sola, tiene insieme una terra madre, ormai divisa, abbandonata, ferita, offesa anche dai noi stessi, figli, ma è madre essa stessa,  non si arrende.
Io stesso, l’ho rifiutata per anni, l’ho nascosta insieme alle mie radici, confondendola con ciò che, non me ne si voglia, non mi appartiene: riti e processioni, cortei e altre iniziative di contorno, spesso rubati ogni dove, espressione del tempo di altri, tradizioni di altri, cancellate già e ad ogni diciotto/otto: Lei, è rimasta lì, salda, a dirmi che, voglia o no, sono e resterò sempre parte, infinitesima parte, di questa comunità: mi ha fatto cittadino, è il segno distintivo con cui sto al mondo, con cui tutti insieme stiamo al mondo e, a nostra volta, ne siamo parte, infinitesima parte. Stanziali o migranti, senza ledere la nostra libertà, ci obbliga a dividere il nostro destino con Lei: ripeto, è madre “ci mantiene nella vita, risponde al nostro grido – di cittadini –”. Grido di gioia o di dolore, rivolto al cielo o all’orizzonte, non importa, Lei risponde.
È anche Padre, ci da’ ordine, mai ordini nonostante barba e bastone: è legge responsabile che “sa tenere gli occhi chiusi” a dispetto della nostra ormai sfrenata incoscienza che, solo per bassa ingordigia, sporca anche l’aria che respiriamo, tout-cort, sporca l’ambiente fisico-sociale, lo spazio della vita: sa tenere gli occhi chiusi perché, come ci meriteremmo, mai userà quel bastone e ci indicherà sempre un senso, una ragione,  per continuare a viverla, sta vita. Ripeto, non ce lo meriteremmo, Lei lo fa.
Di spiegazioni per tanto Amore son pieni gli ex voto e  libri di ogni genere: ognuno di noi ha il diritto di darsene una sua propria, ha il diritto di trascendere o di credere semplicemente che il senso della vita di cui si fa portatrice sia la speranza per un futuro meno carco di questo presente, se non per noi, almeno per le generazioni future.
Dilungarsi sull’argomento, oltre che arduo, non è lo scopo di queste parole, mi permetto solo di portarvi la mia umile esperienza. Spesso, al Suo cospetto, mi ritrovo come Massimo Troisi in una scena di “Ricominciamo da tre” dove, a distanza, chiede ad un portafiori di muoversi :“vieni, vieni, vieni,…”. Il bello è che, a differenza del vaso di Troisi, si muove pure: allora,  guardo il portacenere pieno di cicche e so che ho fumato troppo, mi alzo e Le volto le spalle: subito, la mia pincherina, saltella per mordermi la caviglia, o la coscienza, fate voi.

Michele Viggiani