17Giugno2019

 

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Quante 'crepe' svelano quelle crepe?

Le crepe, sempre più ampie, sono quelle del San Rocco di Lapadula, come il Dirupo, simbolo e metafora in pietra delle attuali condizioni di Pisticci tutta: per il Dirupo, la lenta opera finalizzata alla sua rovina è in fase avanzata, per il San Rocco invece potrebbe avvenire di botto e, dio non voglia, è fuor di dubbio che farebbe un boato tale da buttare giù tutti i campanili, reali e metaforici, sui quali ci siamo arroccati.
Del fatto tecnico non voglio occuparmi, sicuramente la Chiesa e il suo contesto urbano sono in buone mani, invece vorrei provare a dire qualcosa sul perché altre mani non danno corso ai fatti, come è stato chiesto su queste pagine: lo dico alla pisticcese, non servono e bastano più le chiacchiere da corso (struscio) fatte in ogni dove, ma sempre ben fuori dal protettivo uscio di casa che, sia chiaro, stavolta non ci proteggerebbe dal boato di cui sopra, perché, il San Rocco, è l’uscio di ognuna di esse, crollato, semplice, non ci sarebbe più casa, paese, territorio.
Più esplicitamente: le mani che non fanno sono quelle della Politica, cioè le nostre.
Sia nella lontana notte di Santa Apollonia del 1688, sia nella frana del 1973, la Chiesa Madre, per miracolo si salvò.
Nel primo caso i nostri avi costruirono il Dirupo, lì proprio sotto la sua mole, non se ne allontanarono, la consolidarono con le loro nuove case, con la loro vita, liberando dalle macerie la strada del suo e del loro futuro: strada che assunse la forma di una gradinata che collegava l’uno all’altra spaziando dalla valle del Cavone, fonte di vita, al cielo, fonte di spirito.
Nel secondo caso, decisamente meno disastroso, più semplicemente, si pensò solo di consolidarla con un modesto muro in cemento armato e sostituendo la gradinata con un’altrettanto modesta “scala condominiale” che, continuando a consentire il collegamento con il rione residenziale, hanno comunque svolto il compito di nostoi di pietra tramandandoci il racconto del passato.
Sono stati due diversi approcci, entrambi ci hanno consegnato la città in cui ognuno di noi ha vissuto: l’uno, aperto, visionario che dal legame con il luogo ne ha tratto un nuovo disegno per essa. L’altro, sicuramente solo conservativo, sicuramente non aperto e visionario, ma altrettanto legato al luogo ed utile ad impedirne la rovina.
Ecco, nel caso del San Rocco, diversamente dal 1688 e dal 1973, siamo solo di fronte all’annuncio di una possibile tragedia, in più possiamo decidere se l’intervento già programmato e progettato debba essere il primo di una lunga serie di interventi aperti e visionari oppure un semplice restauro e consolidamento che assolva il compito della sua salvezza consegnandolo alle future generazioni dotate, speriamo, di risorse maggiori delle nostre.
Nell’uno e nell’altro caso, quello che non possiamo assolutamente fare è nasconderci e non affrontare le cause prime di quelle crepe: le “crepe” “del” e “nel” nostro attuale vivere collettivo che, non dico deve possedere un dono visionario tale da produrre un nuovo disegno di città, non dico nemmeno deve avere almeno un pensiero strettamente conservativo da salvare il salvabile, ma almeno deve sentirsi obbligato ad un fine strettamente manutentivo che corrisponda e risponda alle sempre più esigenti spinte egoistiche che non ci fanno indietreggiare di un passo nemmeno quando si tratta di ottenere quel solo metro quadro in più nelle nostre case per poggiarci i nostri dieci telefonini o alloggiarci la cuccia del cagnolino.
Proprio nel caso del San Rocco, è stato detto, i problemi sono causati dal mancato adeguamento del sistema di irreggimentazione delle acque piovane, dovuto alla sempre più crescente superficie coperta, dalla mancata manutenzione e ri-dimensionamento del sistema fognario, dovuto allo sconsiderato aumento dei punti acqua, non ultimo, dal progressivo abbandono del Centro Storico, prima sovraccaricato dalla chimera di una finta industrializzazione che dipingeva roseo un futuro rivelatosi prima rosso sangue e poi nero: metteteci anche il terreno argilloso, nostra condanna da secoli, e il rischio di perdere la Chiesa e un altro bel pezzo di città, è sicuramente altissimo.
Da quanto è che si parla del problema del versante sud di Corso Margherita? Almeno dalla frana del 1976 che si portò via il Rione Croci. Non c’è stato programma elettorale di Centro, Destra e Sinistra che non l’ha messo in conto, fino a quello ultimo del cosiddetto Cambiamento, chimerico più della finta industrializzazione di cui sopra.
A chiacchiere non si ferma il dissesto che, tra molto altro, rischia di portarci via proprio il luogo destinato allo struscio: il terzo e ultimo simbolo della nostra città. Sì, Pomarico 2019 dovrebbe insegnare, altrimenti? Per forza di cose, dovremo abbandonare oppure diventare visionari.

Michele Viggiani