20Maggio2019

 

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Bratti, l’Arpab, la Regione Basilicata e il Governo. 'Se i pozzi inquinano, vanno chiusi'

Le comunità di Basilicata, di rifiuti e trivelle non ne vogliono più sapere, l’hanno confermato  anche nel referendum del 17 Aprile. E’ questo il messaggio che Bratti dovrebbe portare a Renzi. Prendersela solo  con l’Arpab  sarebbe come guardare il dito che indica la luna. L’Arpab ha iniziato i controlli sul nucleare in Basilicata nel 2007 (controllori e controllati all’itrec) e sul petrolio in continuo su tutti gli elementi dal 2009 (dieci anni dopo l’accordo compagnie- regione) e solo quando associazioni e movimenti hanno ricordato alla regione Basilicata che andavano fatti (http://www.olambientalista.it/petrolioart91.htm).
Questo significa che in questa regione mancavano già da dieci anni le condizioni ottimali di monitoraggio e controllo. Allo stesso modo di come non esistono normative nazionali del governo Italiano stringenti sugli inquinanti. Come nel caso dell’Idrogeno solforato, limiti di 30 ppm per l'industria invece che di 0,005 ppm come consiglia l’Organizzazione mondiale della sanità.
Se i pozzi e gli impianti petroliferi esistenti inquinano Bratti deve dire a Renzi che vanno chiusi. Se il metodo con cui sono stati autorizzati i pozzi e gli impianti petroliferi non era trasparente e rispettoso del principio di precauzione i pozzi e gli impianti vanno fermati.
Bratti ha ricevuto abbastanza materiale nella sua visita a Potenza per capire il metodo come sono stati autorizzati gli impianti petroliferi esistenti e l’incompatibilità ambientale ed economica che esiste tra petrolio, popolazione, acqua ed economie locali in Basilicata. Ribadiamo che l’unica soluzione  per risolvere il problema dei rifiuti petroliferi è non produrli. Ribadiamo che le istituzioni ancora non danno adeguate risposte sull'inquinamento del lago idropotabile del Pertusillo che alimenta 2 regioni e un enorme apparato economico agricolo-industriale basato sull'acqua.
Fortunatamente il resto della Basilicata ha altre aspirazioni e altre risorse, che esistevano anche in Val d’Agri, che molti ignorano: ci riferiamo alle 1863 aziende che in Val d’Agri hanno chiuso nel settore agricolo, dell’allevamento e del biologico in 10 anni (dati Istat) perché non vendevano i propri prodotti in quanto si trovavano in un’area petrolifera.

No Scorie Trisaia