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Per non dimenticare. La nostra storia torna sugli ultimi anni del secondo conflitto mondiale e in particolare al mese di luglio 1943, con la nostra Regione (allora si chiamava Lucania), per fortuna, solo lambita e toccata da singoli episodi come i tragici bombardamenti di Potenza con decine di morti e l’eccidio tedesco del 21 Settembre 1943, a Matera.
Per quel che ci riguarda, per un paio di mesi - dal luglio all’8 settembre - culminati con il clamoroso episodio della morte di 3 militari germanici, per lo scoppio di una mina in località Varre (come racconta nel suo libro lo storico Prof. Giuseppe Coniglio) cosa che evitò uno scontro armato tra la città pronta a difendersi in tutti i modi da una colonna tedesca che ripiegava dalla Sicilia, e che poi non proseguì più verso Pisticci dopo lo scoppio alla periferia dell’abitato. Pisticci ebbe “i tedeschi sotto casa”, con la presenza fino all’8 settembre, di un presidio di militari germanici in Terravecchia, proprio sotto la casa di chi scrive, di fronte al serbatoio e al Castello degli Acerra. Un bus capofila, parcheggiato sotto le mura del castello, con sofisticate attrezzature (antenne e trasmittenti) e altri mezzi militari nell’area adiacente in un sito piuttosto occulto alla periferia dell’abitato, dove vivevano decine di famiglie, preoccupate per una possibile scoperta del presidio da parte di anglo americani, con conseguenze inimmaginabili (a poca distanza anche un piccolo distaccamento di militari italiani di stazza al 2° piano del Palazzo De Franchi. Per la cronaca, uno di loro si innamorò di una ragazza del rione e la sposò dopo la fine del conflitto, abitando in via Rogges).
Intorno a metà del mese di luglio, fu registrata una incursione di aerei anglo americani, che colpirono con spezzoni incendiari, la vasta campagna pisticcese di fronte a Craco e Montalbano. I danni però furono relativi, atteso che già da qualche settimana si era mietuto e trebbiato (coi pochi mezzi allora a disposizione). Per quasi tutta l’estate del 43, quella colonna militare germanica, per fortuna mai scoperta, difesa a vista da una trentina di soldati, tutti giovanissimi, che nel frattempo avevano avuto modo di familiarizzare con la gente del rione. Di loro si parlò bene e a lungo anche dopo. Ragazzi tutti di una straordinaria educazione e rispetto dell’altrui persona, ma anche pieni di una bontà e generosità, come dimostrarono i piccoli aiuti ad alcune persone bisognose del rione. Mai un episodio negativo, uno sgarbo o una parola di troppo, ma tantissimo rispetto per i residenti del quartiere ed anche il modo di voler scoprire a fondo anche i nostri usi e costumi, non esclusa la conoscenza di buona cucina, anche se, per i tempi magri di allora, aveva ben poco da offrire. Ma quel poco e quel tanto bastava per far assaporare alcune nostre specialità (ovviamente c’era da divertirsi quando pronunciavano alcune specialità di casa: “tapparedd”, “ruccoli”, “maccarun a fierr” e altro) ai giovani militari tedeschi che sicuramente, per chi ebbe fortuna di ritornare in patria, ne fece buon uso delle nostre ricette. Sempre secondo i racconti d’epoca, alcuni di loro, evidentemente di religione cattolica, quando potevano, frequentavano la Chiesa Madre accolti dall’Arciprete don Vincenzo Di Giulio. Si raccontava, tra l’altro, che il giorno della processione di San Rocco, al passaggio della statua in via Fusinato, quei militari si schierarono rendendo omaggio al Santo Patrono della città.
Insomma a Pisticci, una specie di “isola felice”, rispetto a quello che nell’altra parte d’Italia e d’Europa si verificava ad opera del feroce regime Hitleriano.
Quel gruppo di militari la sera dell’’8 settembre 1943, alla notizia dell’armistizio, pensando che la guerra fosse finita, festeggiò fino a tardi con suoni di chitarra e canti. Ma non era così. La guerra continuava. Dopo alcune ore, l’addio a Pisticci. Di loro mai nessuna notizia. Bravi ragazzi comunque, che lasciarono il segno, nella gente di quel rione, che li aveva accolti come figli. E’ certo comunque, che al di là delle contrapposizioni belliche del momento, di quegli educati ragazzi germanici (giocavano anche con noi bambini), nel rione Terravecchia rimase per lungo tempo, un bello e caro ricordo.
Il nostro racconto storico, pensando di far cosa gradita soprattutto a chi non ha vissuto quel periodo, a chi lo ha dimenticato e alle giovani generazioni che forse di queste cose non ne hanno mai sentito parlare.
Michele Selvaggi