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L'emergenza idrica Lucana che ha assunto oramai carattere strutturale ha connotazioni ed origini diverse dalle consorelle della Sicilia e della vicina Puglia e ancor meno rispetto a quelle campane e della Calabria.
La singolarità sta anzitutto nelle caratteristiche delle infrastrutture realizzate, ma mai messe a regime e poco manutenute il cui tasso di efficienza è al di sotto del 60 per cento; in secondo luogo il potenziale idrico regionale è il più alto del Meridione: cadono mediamente sul suolo lucano un volume di pioggia stimato intorno ai 10 miliardi di metri cubi anno. Nel sottosuolo vi è una riserva idrica fruibile di circa 300 milioni di metri cubi. La capacità virtuale degli invasi è stimata di circa 1 miliardo di metri cubi. La sola diga di Senise è stata progettata per contenere intorno ai 400 milioni. Quella del Pertusillo da 250 a 300.
A questi vanno aggiunti quelli invasabili nella San Giuliano, Camastra, Basentello e via dicendo.
Un volume della preziosa risorsa per soddisfare le esigenze del potabile, dell'irriguo, industriale ed altri settori. I volumi invasati reali rilevati nell'ultimo quinquennio non hanno mai superato i 500 milioni. L'aspetto più eclatante della vicenda è che lungo le condotte ci sono perdite costanti di carattere strutturale stimate intorno al 65 per cento.
Tradotto in pratica: posto uguale a 100 il volume invasato ai campi e ai rubinetti arrivavo appena 35. Ancora oggi in piena emergenza lungo le condotte del potabile e dell'irriguo vi sono perdite impressionanti.
I dati e la realtà dimostrano che a pagare le conseguenze sono le comunità: sofferenza delle piante e della zootecnia, ma anche sofferenze e disagi di comunità dei centri abitati. L'unico comparto che non accusa sofferenze è quello dell'estrazione petrolifera che consuma un volume di acqua otto volte superiore a quello del petrolio che raggiunge Taranto. In definitiva il settore della coltivazione degli idrocarburi non conosce
l'emergenza idrica.
Va da sè concludere che a pagare il modello di sviluppo voluto dalla classe politica Nazionale e regionale sono contestualmente l'agricoltura intensiva del Metapontino, del vulture melfese, la zootecnia e le comunità sia del Materano che delle aree interne. Le conseguenze sono di fatto di ordine umanitario, economiche che accelerano il processo di depauperamento morale e materiale dell'intera Regione; causato come è ovvio da una classe "dirigente" priva di una capacità programmatoria, ma attenta a rinsaldare i rapporti clientelari con i vari enti strumentali e con i grandi elettori: ovvero il potere per il potere non per il bene pubblico, ma per i più forti.
È possibile risalire la china? Sicuramente!
Definire per la nostra Regione un nuovo modello di sviluppo economico basato sulla valorizzazione delle risorse naturali ,come appunto l'acqua, il patrimonio ambientale, storico, culturale, e con la riaffermazione del decentramento dei poteri ai territori e con il coinvolgimento di tutti i cittadini nella gestione della cosa pubblica, ma soprattutto nella gestione di beni comuni quale è l' acqua preservandolo dalle tendenze privatistiche e clientelari come sta avvenendo per la gestione del Consorzio di Bonifica e acquedotto
lucano. Parimenti va preservato il territorio da mire speculative e da disegni di sfruttamento industriale selvaggio ed inquinante. Così com'è è necessario riaffermare il principio della pari dignità della Regione in qualsiasi contesto istituzionale anche per evitare imposizioni in ordine all' allocazione di quelle poche risorse rivenienti dal Governo Meloni; tant'è che parte dei fondi del P.N.R.R. invece di destinarli ad un grande progetto per superare una volta per tutte la emergenza idrica, sono stati distribuiti agli enti locali per realizzare talvolta opere se non inutili, ininfluenti nel migliorare la qualità della vita nei centri urbani e del Paesaggio Agrario e del mondo agricolo.
Così Tavolo Verde Puglia e Basilicata