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Dobbiamo dirlo con chiarezza, perché le parole tecniche rischiano di occultare la sostanza di quello che sta accadendo. Queste pre-intese non sono un passaggio procedurale neutro: sono il modo con cui quattro regioni del Nord ottengono potestà legislativa esclusiva su materie che oggi appartengono alla collettività nazionale — protezione civile, professioni, previdenza complementare, e in corso di negoziazione anche la sanità. Ogni funzione trasferita è una funzione sottratta all'uguaglianza tra i cittadini. Ogni materia ceduta è un pezzo di Repubblica che si divide in due.
Ma c'è qualcosa di più grave, qualcosa su cui non si può sorvolare. Il comunicato ufficiale del Dipartimento per gli Affari Regionali della Presidenza del Consiglio lo scrive senza pudore: per ricompensare le Regioni che hanno votato a favore, il Governo ha offerto un percorso con tempi certi per l'uscita dai piani di rientro sanitario. La Basilicata è in piano di rientro sanitario. La nostra sanità — quella che costringe circa il 30 persone su cento a curarsi altrove, quella che costa alle famiglie lucane anche 70 milioni di euro all'anno in mobilità passiva. Non è riforma. È mercimonio.
Bardi sa benissimo cosa significa questo. Sa che la Basilicata non ha le strutture amministrative, non ha le risorse proprie, non ha la massa critica demografica per competere su un campo che questa legge disegna apposta per chi è già avanti. Lo sa perché Confindustria Basilicata lo ha scritto ai parlamentari lucani definendo la legge incompatibile con le condizioni di contesto. Lo sa perché la Banca d'Italia parla di rischio di diseconomie di scala. Lo sa perché chiunque abbia la pazienza di leggere i numeri capisce che trasferire funzioni senza fondi perequativi non è autonomia: è abbandono.
Eppure Bardi ha votato sì. Lo aveva già fatto nel giugno 2024, quando era appena stato rieletto. Lo rifà oggi, in Conferenza Unificata, mentre il Parlamento viene ridotto — parola della Corte Costituzionale, nella sentenza 192/2024 — a un organo di ratifica che può solo dire sì o no a intese già scritte altrove. La Consulta aveva chiesto che il Parlamento tornasse al centro del processo. Nessuno, anche nell'opposizione, ha presentato una proposta di legge in tal senso. Questo silenzio collettivo pesa quanto il sì di Bardi.
Noi siamo state qui, in questo Consiglio, a dire che questa è eutanasia per la Basilicata, non sfida. A dire che la questione meridionale non si risolve uccidendola. A presentare — insieme alle altre forze di opposizione — mozioni per impugnare la legge alla Corte Costituzionale, bocciate dalla maggioranza. A stare nei presidi, a raccogliere le firme, a portare nel dibattito istituzionale quello che le persone ci dicono nei territori: che hanno paura. Paura di perdere il medico di famiglia, il reparto di ostetricia, il consultorio, il servizio di psichiatria di comunità. Paura che la Basilicata diventi il luogo da cui si parte e non si torna.
Quella paura non è irrazionale. È la lettura corretta di quello che sta succedendo. Quando il presidente Fontana dice che il Nord si distingue per modo di pensare e di agire e deve liberarsi della zavorra del resto d'Italia, non parla per metafora. Quando il professor Fortis scrive che le regioni produttive hanno diritto a differenziarsi perché hanno votato nel modo giusto, non fa sociologia: fa la dottrina giuridica dell'abbandono. E quando Bardi — presidente di una regione che perde tremila abitanti all'anno, che ha il più alto tasso di emigrazione sanitaria del Paese, che vede i suoi giovani partire senza tornare — si allinea a quella dottrina, tradisce. Non la minoranza. I lucani.
Chiediamo che la Regione Basilicata ricorra alla Corte Costituzionale. Chiediamo che le forze parlamentari lucane presentino atti concreti per restituire al Parlamento il ruolo che la Consulta ha indicato come necessario. Chiediamo che la discussione su questo tema non venga lasciata ai tecnici dei ministeri e ai presidenti delle regioni ricche, ma torni nei luoghi dove le persone che ne subiscono le conseguenze possono farsi sentire. E chiediamo a Bardi, con la stessa semplicità con cui si chiede conto di una scelta: spieghi ai lucani in cosa consiste il vantaggio che li ripagherà di questo accordo. Fino a quel momento, il suo sì resta quello che è: la firma su un documento che chiede alla Basilicata di farsi da parte.
E’ quanto comunicano Alessia Araneo, Viviana Verri (Consigliere regionali – Movimento 5 Stelle Basilicata), con una nota inviata in redazione