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Dal dibattito sulla fuga dei giovani emerge una domanda più profonda: siamo ancora capaci di immaginare insieme ciò che vogliamo diventare?
Qualche mese fa, su queste pagine, avevo scritto che la vera sfida per territori come il nostro non fosse trattenere i giovani a tutti i costi, ma creare le condizioni perché un giorno potessero tornare.
Continuo a crederlo.
Anzi, forse oggi ne sono ancora più convinto.
Negli ultimi giorni ho letto il post di Nico Mercorella e le tante riflessioni che ne sono seguite. Un post semplice, scritto da un padre che guarda il proprio figlio costruire il suo futuro e che, come tanti altri genitori, si interroga su una domanda tanto personale quanto collettiva: arriverà anche per noi il giorno in cui dovremo accompagnarlo in aeroporto sapendo che forse non tornerà più?
Dietro quella domanda si è aperto un dibattito che, a mio avviso, va ben oltre la vicenda di una singola famiglia.
Ho letto i commenti uno dopo l'altro. Ho letto il dolore di chi ha visto partire i propri figli venti o trent'anni fa e non li ha più visti tornare. Ho letto le parole di chi vive fuori dalla Basilicata ma continua a sentirla casa. Ho letto la rassegnazione di chi considera ormai inevitabile lo spopolamento e ho letto anche la speranza di chi continua a credere che esista ancora una strada diversa.
Ma soprattutto ho letto una cosa che mi ha colpito più di tutte.
L'amore per questa terra.
Perché dietro opinioni spesso molto diverse emergeva un sentimento comune. Nessuno parlava da osservatore distante. Nessuno parlava con indifferenza. Tutti, in modi differenti, stavano parlando di qualcosa che sentono ancora profondamente proprio.
Ed è forse questa la vera notizia.
Non il fatto che i giovani partano.
Quello accade da generazioni.
È accaduto ai nostri nonni che emigravano oltreoceano, ai nostri genitori che cercavano lavoro nel Nord Italia e accade oggi ai ragazzi che scelgono Milano, Bologna, Londra o altre città del mondo.
Nemmeno io sono rimasto.
Per oltre trent'anni ho vissuto lontano da Pisticci. Non sono partito perché non amassi questo territorio. Sono partito perché desideravo crescere, imparare, confrontarmi con realtà diverse e costruire il mio percorso professionale.
Per questo faccio fatica a considerare la partenza una sconfitta.
Le persone crescono viaggiando, studiando, lavorando, confrontandosi con il mondo. Crescono entrando in contatto con culture diverse, modelli differenti e nuove opportunità. Chi parte non porta via soltanto energie da un territorio. Spesso costruisce competenze, relazioni ed esperienze che un giorno potrebbero rappresentare una risorsa preziosa per la comunità dalla quale proviene.
La vera domanda, allora, non è perché i giovani partono.
La vera domanda è perché dovrebbero tornare.
Ed è qui che il dibattito diventa interessante.
Perché leggendo i tanti commenti, mi sono reso conto che quasi tutti stavano descrivendo gli effetti di un problema più grande. C'era chi parlava di lavoro, chi di sanità, chi di infrastrutture, chi di meritocrazia, chi di politica e chi di mentalità.
Temi diversi, ma accomunati da un filo conduttore.
Forse continuiamo a pensare che il problema sia la fuga dei giovani.
Io credo invece che il vero problema sia l'assenza di una visione condivisa del futuro.
Perché i giovani partono quando non riescono a immaginare il proprio domani nel luogo in cui sono nati. Gli imprenditori smettono di investire quando non riescono a leggere una direzione. Le famiglie perdono fiducia quando non percepiscono un progetto collettivo. E perfino chi continua ad amare profondamente il proprio territorio finisce per viverlo con rassegnazione quando non riesce più a vedere dove stia andando.
Per anni abbiamo discusso di come fermare l'emorragia dei giovani. Successivamente abbiamo iniziato a parlare di come favorire il loro rientro. Oggi forse dobbiamo compiere un ulteriore passo avanti.
Dobbiamo interrogarci su quale comunità vogliamo essere tra dieci, venti o trent'anni.
Perché una persona non sceglie un luogo soltanto per lavorare.
Lo sceglie per vivere.
Per crescere i figli.
Per costruire relazioni.
Per sviluppare progetti.
Per sentirsi parte di qualcosa.
Lo sceglie quando percepisce che esiste una direzione, una prospettiva, una comunità che sa dove vuole andare.
Ed è proprio qui che, probabilmente, dovremmo ripartire.
Non dalla ricerca dell'ennesimo colpevole. Non dalla convinzione che esista una persona, un'amministrazione o una decisione capace da sola di spiegare ciò che è accaduto negli ultimi decenni. E nemmeno dalla tentazione di dividerci ancora una volta tra chi è rimasto e chi è partito.
Leggendo quei commenti ho avuto invece la sensazione che esista già una risorsa straordinaria sulla quale raramente ci soffermiamo, una comunità diffusa di persone che continuano a sentirsi profondamente legate a questa terra. Persone che vivono a Pisticci e Marconia, persone che vivono a Roma, Milano, Bologna, all'estero. Persone che hanno costruito carriere importanti, che hanno maturato esperienze significative, che hanno acquisito competenze e relazioni preziose e che, nonostante la distanza, continuano a parlare di questo territorio come di qualcosa che appartiene ancora alla loro storia.
Forse il vero problema non è che queste energie non esistano.
Forse il problema è che non siamo ancora riusciti a trasformarle in una visione condivisa.
Una comunità non perde il proprio futuro quando i suoi giovani partono.
Una comunità perde il proprio futuro quando smette di immaginare ciò che potrebbe diventare e si limita a raccontare ciò che ha perso.
Forse il dibattito nato dal post di Nico ci lascia un insegnamento semplice ma importante.
Le persone che vogliono bene a questa terra esistono. Sono molte più di quanto immaginiamo. Alcune vivono ancora qui, altre si sono trasferite altrove, altre ancora sognano un giorno di tornare. Hanno costruito competenze, relazioni, esperienze professionali e umane che rappresentano un patrimonio enorme per questa comunità.
La vera domanda, allora, non è quanti giovani partiranno nei prossimi anni.
La vera domanda è se saremo capaci di costruire un territorio nel quale valga la pena tornare, investire, vivere e crescere una famiglia.
Perché il futuro non arriva da solo.
Arriva quando una comunità trova il coraggio di immaginare ciò che vuole diventare e la determinazione di lavorare insieme per costruirlo.
E una comunità non cresce quando trattiene le persone.
Cresce quando riesce a farsi scegliere.
Rubrica “Costruire Valore” a cura del Dott. Lino Pasquale Maurella