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Geograficamente incastonata tra Puglia, Calabria e Campania, la Basilicata enoica custodisce una storia millenaria, che racconta un’evoluzione affascinante nata dall’incontro tra le popolazioni autoctone, come gli Enotri, e le grandi civiltà del Mediterraneo. Il legame più indissolubile è certamente quello con i Greci, a cui si deve l’introduzione in Magna Grecia della *Vitis Hellenica*, nota oggi in tutto il mondo come Aglianico, il vitigno principe di questa terra.
La colonizzazione greca trasformò la viticoltura da semplice attività spontanea a una vera e propria scienza agricola e culturale. Gli elementi importanti di questa eredità riguardano i vitigni, le tecniche di coltivazione, la commercializzazione e la cultura. I coloni greci scoprirono che i terreni del Vulture erano perfetti per esaltare l’acidità e la struttura di questo vitigno a maturazione tardiva e che la tradizione vitivinicola lucana rappresenta un patrimonio culturale di inestimabile valore, capace già allora di tramandare saperi antichi, gli stessi che ancora oggi definiscono l’eccellenza e l’identità del territorio. Con la fondazione delle prospere colonie di Metaponto, Siris ed Heraclea, il vino divenne un bene di scambio di primaria importanza. I coloni introdussero la produzione standardizzata di anfore fittili per il trasporto e l’affinamento del vino e non apportarono solo innovazione per l’agricoltura, ma una nuova dimensione sacra e sociale del bere come il Simposio: la cultura del consumo rituale del vino inteso come elemento di coesione sociale e filosofica, il culto di Dioniso (il Bacco dei Romani). Leggi e riforme economiche che regolano i commerci; vennero coniate monete raffiguranti il dio dell’uva e dell’ebrezza per gli scambi. Di questo antico nettare lucano, capace di scacciare i pensieri e scaldare il cuore, si innamorò il primo grande poeta della storia lucana: Orazio. In alcune delle sue Odi la celebrazione del vino si intreccia costantemente con il profondo legame affettivo per la sua terra natia e per il monte Vulture, e il vino è elevato a cura per i mali dell’anima e a simbolo supremo di convivialità. Un secolo dopo, anche Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, non poté fare a meno di inserire e lodare le uve lucane tra le più pregiate dell’intera penisola.
Il Medioevo segnò un passaggio cruciale: furono i Monaci a recuperare i vigneti abbandonati e a scavare nel tufo le prime, storiche cantine. Più tardi, sotto il regno di Federico II di Svevia, il territorio del Vulture visse una vera rinascita vitivinicola, che mantenne la sua centralità nell'economia contadina anche durante il periodo borbonico.
Il Novecento, tuttavia, impose il conto più salato. Prima la crisi della fillossera tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso portò all'abbandono di molti vigneti; poi, nella seconda metà del XX secolo, la Basilicata subì un drastico calo della superficie viticola, sacrificata a vantaggio di colture cerealicole e frutticole nell'illusione di un guadagno più immediato.
Ma è nella contemporaneità che si compie il vero miracolo. La viticoltura lucana ha vissuto una profonda rivoluzione qualitativa, che ha portato l'Aglianico e le altre espressioni regionali a ottenere i più alti riconoscimenti internazionali. Il vino del Vulture ha rifiutato l’omologazione e i modelli di imitazione commerciale: nel corso del tempo ha saputo evolversi con intelligenza, calibrando alcolicità e struttura, e smussando le proprie spigolosità giovanili grazie ad affinamenti mirati. Oggi si presenta come un vino di straordinaria eleganza, caratterizzato dalla spiccata acidità naturale del vitigno e da tannini decisamente più morbidi e setosi.
Il segreto di questo successo risiede nel fatto che qui la vite è sempre stata un elemento di sussistenza, identità e culto, mai di mera speculazione. La Basilicata ha compiuto un salto evolutivo straordinario, trasformando quello che storicamente era un limite – l’isolamento culturale e geografico – in un modello d’avanguardia fatto di sostenibilità, rispetto del territorio e integrazione.
I vignaioli lucani non si sono piegati alle logiche della globalizzazione di massa. Mentre altrove si estirpavano i vitigni storici per impiantare varietà internazionali al fine di compiacere il mercato globale, i custodi del Vulture hanno difeso il proprio patrimonio, firmando la fiera resistenza storica della propria tradizione.
I vini del Vulture raccontano la storia di un’eccellenza unica: profumi complessi e una naturale propensione a sfidare il tempo. Ogni calice è il frutto di un impegno costante, volto a proteggere un'identità culturale autentica e radicata nel cuore del territorio.
Dopo aver raccontato l’Aglianico in tutte le sue fasi – dalle radici storiche al suo arrivo, fino alla profonda integrazione ed evoluzione con il territorio – é giunto il momento di versarlo nel calice. Impossibile non lasciarsi catturare dal suo profilo aromatico e dalla sua complessità sensoriale. Scopriamo come cambiano queste sfumature nel tempo, analizzandolo attraverso le sue diverse fasce d'età:
Giovinezza irruente
Nella sua fase giovanile, l'Aglianico esprime un colore rosso rubino di ottima fittezza. Al naso regala eleganti note floreali di violetta e petali di rosa, accompagnate da sentori fruttati di ciliegia, mora e mirtillo. Al palato l’impatto è deciso e teso: il profilo strutturale è imponente, guidato da una spiccata acidità sferzante, tannini poderosi — quasi granitici, figli della matrice vulcanica del suolo — e un'importante spalla alcolica. In questa fase le durezze prevalgono nettamente: è un vino che non si svela subito, ma che bisogna saper aspettare.
Maturità aristocratica
Con il passare degli anni e grazie a mirati affinamenti, gli spigoli si smussano. Il colore vira progressivamente verso tonalità più evolute. Il profilo aromatico si orienta verso frutti neri maturi, amarena, prugna, note intense di mirtilli, confetture di frutti di bosco, si arricchisce di note balsamiche di eucalipto, liquirizia, erbe officinali. Il lento passaggio nel legno libera la complessità terziaria: sfumature di incenso, china, tabacco, caffè, cuoio. Alla complessità aromatica dell’Aglianico partecipano tante altre molecole odorose.
Al palato, il tannino si lascia addomesticare dal tempo, diventando setoso e vellutato, pur mantenendo la sua innata vigoria. L'acidità naturale resta viva ma non più pungente, garantendo freschezza, verticalità e una straordinaria longevità. L'Aglianico si conferma così un vino dal carattere serio, rigoroso e aristocratico: un calice splendidamente austero che non cerca il compiacimento immediato, ma pretende attenzione, rispetto e il giusto tempo.
L'Aglianico del Vulture è un vino dalla struttura fiera e muscolosa. Per questo motivo richiede piatti altrettanto strutturati, ricchi e succulenti, capaci di tenere testa alla potenza dei suoi tannini. A seconda dell'evoluzione del vino, possiamo orientare la scelta su percorsi differenti:
Aglianico in fase giovanile
Se si stappa una bottiglia giovane, è fondamentale prediligere piatti molto grassi e succosi, perfetti per ripulire la bocca dall'astringenza del tannino.
Abbinamenti ideali: Piatti della tradizione territoriale come agnello e capretto al forno, oppure grigliate di maiale.
Cosa evitare: Verdure, primi piatti con sughi leggeri e formaggi freschi o poco stagionati.
Aglianico evoluto o Riserva
Con il passare degli anni i tannini si fanno più morbidi, perdendo l’irruenza giovanile. In questa fase il vino regala una complessità aromatica e una struttura diversa.
Abbinamenti ideali: Ragù strutturati, cacciagione da piuma, brasati, formaggi duri stagionati dai sapori decisi (meglio se a lunghissima stagionatura).
Le annate pronte da bere: su cosa puntare?
Se cerchi bottiglie da degustare nell'immediato, le annate migliori su cui orientarsi sono:
2016: Un'annata in cui il vino spicca per freschezza, aromaticità ed eleganza.
2019: Grazie a un andamento climatico ottimale, questa annata regala vini dotati di uno straordinario equilibrio tra una spalla acida vibrante, tessitura tannica e complessità aromatica. Un vino di un’asse strutturale magistrale.
Ma la Basilicata enoica non è solo Vulture e Aglianico.
Rubrica ACINO è poi VINO a cura di Giovanni Negro