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La nostra Regione, Lucania o Basilicata che dir si voglia, oltre che per la sua ricca e antica storia e le sue bellezze naturali, è conosciuta anche per due gravi, dolorosi disastri ferroviari con diverse vittime. Quello più recente, del 3 marzo 1944 in pieno periodo bellico, ricordato come “la più grande tragedia ferroviaria d’Italia” con 517 morti (ma si parlò anche di 600 morti) asfissiati da fumo e gas tossici nella galleria “Delle Armi” vicino la stazione di Balvano, e l’altro nei pressi della stazione di Grassano, di circa un secolo e mezzo fa.
Quest’ultimo disastro ferroviario, fino a qualche anno fa, poco o per niente conosciuto, è raccontato da Gianni Maragno nel suo libro Il Treno del “Bel Canto” - Edizioni SETAC Pisticci di Michele Sisto.
La storia ci ricorda che quel treno, era contrassegnato con il numero 269 ed aveva iniziato il suo viaggio dalla stazione di Napoli Centrale, la sera del 19 ottobre 1888, diretto a Brindisi, via Potenza, Grassano, Pisticci, Metaponto.
“Erano le ore 19,20 - come spiega nella sua introduzione all’opera, il Prof. Giovanni Caserta - e il convoglio percorreva quella linea, entrata in funzione, in tutta la sua completezza il 10 aprile 1876. Una linea di recente costruzione quindi, attraverso cui, il nuovo Regno d’Italia cercava di unire di fatto la penisola. Quella linea, sospirata, aveva una funzione strategica, poiché, unendo lo Jonio al Tirreno, attraversava l’intera regione di Lucania-Basilicata, perforandone i monti. Non correva, perciò, in un territorio facile, anche se l’incidente doveva avvenire, nei pressi della stazione di Grassano, là dove il treno lascia le montagne e si avvia verso la vasta pianura metapontina. Con tutti gli altri normali passeggeri, su quel treno viaggiavano due Guardie di Pubblica Sicurezza e 30 Carabinieri che avevano fatto da scorta all’Imperatore di Germania Guglielmo II° in visita al Papa Leone XIII e al Re Umberto I°. Con loro viaggiava anche la “Compagnia Del Bel Canto”, con orchestrali, cantanti e l’impresario, tale Combonera, diretta a Corfù, dove si sarebbe esibita nell’elegante Nobile Teatro di San Giacomo, già antica Cattedrale dei veneziani”.
Il racconto entra nel vivo intorno alle 5,40 del giorno dopo, cioè il 20 ottobre. Dopo un percorso di una intera notte (tanto durò il viaggio da Napoli), il treno aveva appena oltrepassato la stazione di Grassano e si dirigeva verso la stazione di Grottole e Salandra. Ma alla stazione non arrivò mai. “Giunto alla curva dopo il casello 215”, in località “Tempa di Motta”, si infilò in una frana argillosa, caduta da poco sui binari. La locomotiva a vapore - come racconta sempre Giovanni Caserta - si impennò “alla stessa guisa che un cavallo bizzarro sui piedi di dietro”, fermandosi “ben tosto per l’impossibilità” di superare l’ostacolo. Appariva “immersa nella terra franata, situata come se fosse salita dentro la terra, rimanendo coi fianchi interrati nella medesima. I vagoni che seguivano immediatamente, si addossarono l’uno all’altro, in parte accartocciandosi e fracassandosi. Il bilancio, tuttavia, nonostante il pronto intervento, delle guardie di pubblica sicurezza e dei Carabinieri presenti sul convoglio, composto da 12 carrozze, non fu leggero. Presto si contarono 20 morti, tra cui cinque componenti della Compagnia Del Bel Canto e 56 feriti, fra i quali altri facenti parte della stessa ed anche un pisticcese, Giovanni Losavio, di ritorno da una gita napoletana per vedere Guglielmo II°, del quale nella valigia conservava alcune immagini della visita. Fra i morti, un conduttore ferroviario di Bologna un ingegnere ferroviario e un frenatore.
Era il primo incidente che capitava su quella linea; altri, come è noto, ne sarebbero venuti in seguito, meglio conosciuti (ricordiamo Balvano).
Di questo, invece - come riferisce sempre il prof Caserta - si era persa la memoria fino a quando, lo storico materano Gianni Maragno, curioso e abile ricercatore di vecchie cose della nostra regione, aggirandosi nelle sale dell’Archivio di Stato di Potenza, si è imbattuto in un ricco faldone che riguardava appunto, la tragedia ferroviaria di Grassano. E ha pensato di pubblicarlo, offrendo notizie interessanti che aiutano a capire la nostra storia di ieri e di oggi. Al Al casello 215 - lamenta Caserta - nessuno pose una lapide con l’elenco delle vittime, come oggi si farebbe. Troppa era la fede nel progresso e nelle ferrovie. E non conveniva turbarla. Quei nomi, perciò, sono rimasti a lungo serrati e nascosti in un faldone, finché non se ne è impadronito il solerte Maragno, portandolo alla luce. A distanza di 126 anni, in fondo, la vera giustizia, a quelle vittime, gliela rende lui”.
Un lavoro eccellente, quello di Gianni Maragno, che noi abbiamo già avuto occasione di trattare quando il testo fu presentato all’Auditorium del Liceo Fortunato di Pisticci ed a cui, ci piace ritornare, consigliando la lettura soprattutto agli studenti, agli studiosi e agli amanti della storia della nostra terra; un volume di 186 pagine di facile lettura, in piacevole veste tipografica, finito di stampare nel 2016, riporta in copertina un significativo acquerello del noto artista materano Nicola Lisanti, oltre a documenti, testimonianze varie, importanti carteggi, nomi dei morti e dei feriti, gli aiuti dai comuni di Salandra, Grassano e Grottole, la notizia del generoso cospicuo contributo di 5 mila lire di Guglielmo II° alle famiglie, il ruolo delle forze dell’ordine, carabinieri e poliziotti durante i soccorsi e tante altre notizie utili che impreziosiscono la toccante storia di questa triste vicenda, che solo grazie al lavoro dell’autore, con la pubblicazione dei documenti contenuti in quel faldone dell’Archivio di Stato di Potenza, dando poi vita ad uno specifico volume sull’argomento “Il Treno Del Bel Canto”, facendoci conoscere la triste vicenda nei particolari.
La storia del treno 269 - ricordiamo - non mancò di interessare - come spiegò l’Avv. penalista pisticcese Amedeo Cataldo nel suo ricco, preciso e applaudito intervento all’Auditorium del Liceo di Pisticci in occasione della presentazione del libro - le aule dei Tribunali di Potenza e Matera. Colpevole fu riconosciuto il casellante del casello 215, addebitandogli negligenza nell’adempimento del servizio, condannato a 3 anni di reclusione e a 1000 lire di multa.
Al Direttore della Società della Ferrovia, fu imposto di risarcire con 27.100 lire tutti i danneggiati, andando avanti fino all’assoluzione di tutti, decisa dal Tribunale di Bologna il 18 luglio 1892, nonostante l’appassionato intervento dell’avvocato di parte civile ed a nulla valse il ricorso in Cassazione dello stesso, contro la sentenza definitiva.
La linea Potenza-Metaponto, a distanza di circa un secolo e mezzo da quella vicenda - ricordiamo - è rimasta quella di allora, con un solo binario e, in un certo senso, gli stessi e, forse, più problemi dell’epoca. Oggi, con gli Intercity, transita anche il Frecciarossa, capace di raggiungere oltre 300 km orari, ma che corre solo a 60-70 Km/ora, come impone quella tratta ferroviaria.
Gianni Maragno, autore del libro, un noto, importante personaggio della storia e della cultura materana, è nato nella città dei Sassi, si è laureato in Scienze Politiche, maturando ricche esperienze professionali nell’ambito delle telecomunicazioni e della finanza. Ha pubblicato “L’anarchia estetica” - “Il Monaco Bianco”, “Storia di un rivoluzionario mancato”. Fra le sue produzioni, alcuni film e cortometraggi. Ha redatto la sceneggiatura di un lungometraggio sul Monaco Bianco, presentato con successo al Festival del Cinema di Venezia nel 2007. Ha pubblicato su quotidiani e periodici nazionali, interessanti contributi sulla storia locale.
Con un toccante e gentile pensiero alle vittime e famiglie di quella tragedia, un doveroso, dovuto plauso all’autore del libro, Gianni Maragno per la sua importante, chiara, meritoria e preziosa opera di ricerca e informazione, su una dolorosa, triste vicenda di tanti anni fa, della nostra terra.
Michele Selvaggi
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