Domenica, 14 Giugno 2026

Quando il silenzio diventa una scelta politica

Giovedì, 14 Maggio 2026

Riceviamo e pubblichiamo nota inviata in redazione dal dott. Lino Maurella

Il vero rischio è perdere direzione, opportunità e popolazione

C’è un silenzio che non è fatto di quiete, ma di assenza. È il silenzio che Dino Buzzati racconta ne Il deserto dei Tartari: quello di una fortezza in cui si attende per anni l’arrivo di un nemico che non arriva mai, mentre il tempo scorre senza lasciare traccia. Un silenzio che, a ben guardare, non appartiene solo alla letteratura, ma descrive bene ciò che accade anche nel nostro territorio.

Diverse volte ho provato ad aprire un confronto sui temi che riguardano il futuro, lo sviluppo e la direzione da dare a questa comunità nel medio e lungo periodo. Non una polemica, ma un invito a discutere di ciò che conta davvero. Eppure, non è arrivata alcuna risposta. Nessuno ha ritenuto di entrare nel merito, di confrontarsi, di dire la propria.

Questo silenzio non è casuale. È una scelta.

Perché il confronto espone. Costringe a chiarire una visione, a indicare una direzione e ad assumersi una responsabilità che poi può essere valutata nel tempo. Molto più semplice è evitare, restare sul generico, non rispondere. È una tecnica sempre più diffusa: non entrare nel merito per non esporsi, non esporsi per non essere giudicati. Così il confronto non si apre. E senza confronto non c’è nemmeno crescita.

Nel frattempo, però, la scena pubblica è tutt’altro che silenziosa.
È piena di parole dure, di attacchi, di contrapposizioni anche molto forti che riempiono il dibattito ma non lo fanno avanzare. Si arriva a utilizzare paragoni estremi, evocando scenari di guerra e richiamando figure internazionali controverse e divisive, simbolo di tensioni e conflitti, per descrivere dinamiche locali. Un linguaggio che colpisce, ma che non aiuta a comprendere e non contribuisce a risolvere i problemi.

E allora una domanda viene naturale: mentre fuori si alzano i toni, dentro i luoghi in cui si decide davvero il confronto c’è stato fino in fondo?

Penso, ad esempio, al consiglio comunale chiamato ad approvare il rendiconto della gestione 2025. Non si trattava di un passaggio secondario. In aula si è discusso di come sono stati realmente spesi i soldi pubblici e della chiusura definitiva di un disavanzo che si trascinava da anni.

La discussione del rendiconto non è un atto tecnico.
È il momento in cui si misura la credibilità di un’amministrazione.
È lì che si verifica se le promesse sono diventate fatti. È lì che si capisce davvero dove sono finiti i soldi pubblici.

E allora la domanda resta: il confronto politico c’è stato davvero? E, soprattutto, che ruolo ha avuto l’opposizione? La comunità è stata parte di questo passaggio o, ancora una volta, è rimasta a guardare?

Accanto a questo, esiste poi una comunicazione più istituzionale, che dovrebbe avere un compito diverso. Non limitarsi al racconto di momenti o immagini, spesso ridotte a semplici foto o selfie, ma costruire contenuto e dare una direzione chiara.

Si raccontano incontri internazionali, relazioni, presenze in contesti europei anche importanti. Si parla di promozione, di turismo, di apertura verso altri territori. Si evidenziano nuovi incarichi e partecipazioni a livelli istituzionali più alti, che potrebbero rappresentare opportunità reali.

Ma anche qui resta una distanza.
Perché raramente si entra nel merito. Raramente si spiega cosa producono quegli incontri, quali accordi si stanno costruendo, quali risultati concreti arriveranno per il territorio. Non basta esserci. Bisogna chiarire a cosa serve esserci.

E allora il punto torna ad essere sempre lo stesso.

Il silenzio istituzionale non blocca un evento. Blocca i flussi economici e umani.
Blocca chi vorrebbe investire ma non trova una direzione chiara.
Blocca chi vorrebbe restare ma non vede prospettive.
Blocca chi guarda da fuori e non riesce a comprendere quale sia la traiettoria di questo territorio.

E quando questi flussi si fermano, i territori non crollano improvvisamente. Si svuotano lentamente, quasi senza accorgersene.

Per questo il tempo dell’attesa è finito.
Se il confronto non viene aperto da chi governa, allora deve essere il territorio a farlo. E soprattutto devono farlo i giovani, che non possono più limitarsi a partire in silenzio, ma devono iniziare a chiedere, a pretendere, a costruire.

Mettere attorno a un tavolo chi amministra, chi ha amministrato e chi aspira a farlo, e porre una domanda semplice ma decisiva: dove stiamo andando?

Non è una questione personale. È una questione di visione.
Il punto è costruire una direzione chiara, condivisa, riconoscibile. Oggi, però, questa direzione non emerge con sufficiente chiarezza.

E allora una domanda concreta, che riguarda tutti, diventa inevitabile.

In questo ultimo anno di amministrazione ci saranno risorse importanti. Risorse che rappresentano una possibilità reale per incidere sul futuro del territorio. Si sente dire che queste risorse verranno orientate soprattutto verso l’ordinaria amministrazione.

A questo punto la domanda è semplice: si sta mettendo in ordine il presente o si sta rinunciando a costruire il futuro?

Perché è più semplice fare interventi che si vedono subito.
Molto più difficile è fare scelte che producono effetti nel tempo.

E la speranza è che non si guardi solo al “fatturato politico” dell’immediato, ma alla capacità di generare valore nel tempo. Perché il ruolo della politica non è scegliere tra presente e futuro, ma tenere insieme entrambi.

Drogo, nel romanzo di Buzzati, rimane intrappolato in una routine che sembra temporanea, ma che finisce per diventare definitiva.
E il rischio, per un territorio come Pisticci, è esattamente lo stesso: abituarsi all’attesa, convincersi che sia solo una fase, mentre il tempo passa e quella che doveva essere una situazione provvisoria diventa la normalità.

Il deserto dei Tartari insegna che l’attesa può consumare una vita intera.

Per questo, soprattutto per i giovani e per chi ha voglia di fare, restare non può significare aspettare.
Deve significare organizzarsi, chiedere, costruire e pretendere una direzione.

Perché il futuro di un territorio non arriva da solo.

E allora, forse, il punto è semplice: smettere di aspettare che qualcuno inizi e iniziare a farlo.
Altrimenti non sarà il silenzio a fare rumore, ma i vuoti che resteranno.
Meno giovani, meno imprese, meno futuro.

Ultima modifica Giovedì, 14 Maggio 2026 17:52

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