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Costruire valore significa costruire competenze. Perché il futuro dei territori dipende dalla qualità della loro classe dirigente
Negli ultimi mesi mi è capitato più volte di confrontarmi con persone che, parlando del territorio, della politica, delle difficoltà amministrative e più in generale del futuro di Pisticci, mi hanno posto una domanda molto semplice:
“Secondo te, come si costruisce una classe dirigente politica?”
La mia risposta, in fondo, è stata sempre la stessa. Con un pizzico di ironia rispondevo che probabilmente non spettava a me distribuire lezioni o formule magiche su temi così complessi.
Poi però quelle conversazioni continuavano.
Si iniziava parlando di politica e si finiva quasi sempre a discutere di imprese, organizzazione, responsabilità, capacità di gestione, visione. E alla fine, quasi sempre, qualcuno mi diceva:
“Questa riflessione dovresti renderla pubblica.”
Ed è probabilmente da lì che nasce questo articolo.
Non come critica verso qualcuno.
Non come presa di posizione politica.
Ma come riflessione più ampia sul modo in cui un territorio costruisce nel tempo la propria capacità di crescere, organizzarsi e affrontare la complessità.
Perché costruire valore, in un territorio, non significa soltanto realizzare opere o attrarre investimenti. Significa soprattutto costruire competenze, responsabilità diffuse e capacità di visione nel lungo periodo.
Parto da una convinzione molto semplice.
Che si parli di imprese, istituzioni o territori, costruire una classe dirigente richiede sempre alcuni elementi fondamentali:
È così nelle imprese.
È così nelle grandi organizzazioni.
Ed è così anche nei territori.
Nessuno diventa dirigente soltanto perché occupa un ruolo.
Si cresce lentamente, attraversando esperienze, imparando a confrontarsi con le difficoltà, comprendendo i processi e sviluppando capacità di lettura dei sistemi complessi.
Pensiamo alle grandi realtà industriali italiane e ai manager che negli anni hanno contribuito a renderle competitive nel mondo. Figure come Andrea Pontremoli in Dallara Automobili non sono diventate punti di riferimento dall’oggi al domani. Dietro quei ruoli ci sono anni di esperienza, errori, gestione dei processi, confronto continuo e capacità di costruire visione.
Prima si osserva.
Poi si impara.
Poi si assumono responsabilità sempre più importanti.
Infine si guida.
Ed è difficile immaginare che nei territori possa funzionare diversamente.
Oggi molto spesso sentiamo dire che non esistono più le sezioni di partito di una volta, quei luoghi dove si formavano i politici del futuro. Ed è vero.
Per anni quelle realtà hanno rappresentato, nel bene e nel male, spazi di formazione, confronto e crescita della classe dirigente locale. Erano luoghi dove si imparava a discutere, ad ascoltare, a costruire relazioni e a confrontarsi con i problemi reali di una comunità.
Quel mondo oggi, però, è profondamente cambiato.
E forse sarebbe inutile limitarsi alla nostalgia o ripetere continuamente che “una volta era diverso”.
La vera domanda dovrebbe essere un’altra:
quali strumenti abbiamo oggi per costruire partecipazione, responsabilità e competenze diffuse?
Perché ogni epoca utilizza gli strumenti che ha a disposizione.
Ed è qui che, secondo me, entra in gioco una riflessione molto interessante sui Comitati di Quartiere.
Molto spesso i Comitati di Quartiere vengono percepiti semplicemente come luoghi di protesta o strumenti per segnalare problemi.
In realtà potrebbero diventare qualcosa di molto più importante.
Potrebbero trasformarsi in veri laboratori permanenti di crescita civica e amministrativa.
Luoghi dove le persone iniziano gradualmente a comprendere quanto sia complesso governare un territorio, quanto sia difficile trasformare un problema in una proposta concreta, quanto contino l’ascolto, il confronto e la capacità di mediazione.
Perché è lì che si inizia davvero a costruire una futura classe dirigente.
Non nei giorni delle elezioni.
Non nei social.
Non nelle “tifoserie”.
Ma nei luoghi dove si impara lentamente a confrontarsi con problemi reali, a costruire idee, a capire i limiti amministrativi e soprattutto ad assumersi responsabilità.
La politica, tutta, indipendentemente dagli schieramenti, dovrebbe probabilmente avere il coraggio di investire molto di più in questi spazi di partecipazione.
Non per trasformarli in strumenti di consenso, ma per farli diventare vere palestre civiche permanenti, capaci di formare le competenze, le sensibilità e il senso delle istituzioni di cui il territorio avrà bisogno nei prossimi anni.
Potrebbero svilupparsi esperienze di confronto e partecipazione capaci di dimostrare come una comunità organizzata possa contribuire alla lettura dei bisogni del territorio e alla costruzione di una visione condivisa del futuro.
Alla fine, la qualità del vivere di una comunità dipende anche dalla qualità della sua classe dirigente. Dalla capacità di prendere decisioni lungimiranti, di costruire equilibrio tra sviluppo e coesione sociale e di immaginare il futuro senza inseguire soltanto l’emergenza del momento.
Perché un territorio maturo non aspetta semplicemente il “leader” del momento, ma costruisce nel tempo una comunità capace di generare competenze diffuse, cultura amministrativa, partecipazione e visione strategica.
E forse la vera domanda che dovremmo iniziare a porci non è soltanto chi guiderà il territorio nei prossimi anni, ma quante persone stiamo preparando oggi a guidarlo meglio domani.
Perché costruire una classe dirigente significa, in fondo, costruire il futuro stesso di un territorio.
E il futuro, come il valore, non nasce mai per caso.
Si costruisce nel tempo.
Rubrica “Costruire Valore” a cura del Dott. Lino Pasquale Maurella