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A fine agosto Pisticci cambia ritmo. Le strade che per settimane hanno accolto rientri, turisti, feste, serate all’aperto e quella socialità spontanea che solo i borghi del Sud sanno creare, tornano lentamente a svuotarsi. È il momento in cui il paese si restringe, si ricompone, torna alla sua dimensione quotidiana. Ma per chi parte, soprattutto per chi è pisticcese e non semplice visitatore, questo passaggio non è mai neutro: è un misto di nostalgia, appartenenza e quella sensazione difficile da spiegare che accompagna ogni ripartenza.
Pisticci non è un lunapark estivo, non è un luogo che esiste solo quando è pieno di gente, luci e movimento. È un posto che vive anche il 13 novembre, quando il paese è più silenzioso, quando il vento attraversa i vicoli del Centro Storico e la vita scorre più lenta. È in quei giorni che si capisce davvero cosa significhi appartenere a un luogo: non la festa, ma la continuità; non il pieno, ma la presenza; non l’evento, ma la quotidianità.
Chi va via a fine agosto non parte come un turista che ha finito le vacanze. Parte come un pisticcese che lascia una parte di sé. Porta con sé i saluti, gli abbracci, le chiacchiere in piazza, i volti che conosce da sempre, gli angoli che non ha bisogno di cercare perché li ha già dentro. La nostalgia non nasce dal distacco da un luogo di villeggiatura, ma dalla separazione temporanea da una stanza della propria vita, da un posto che non si percepisce mai come “altro” rispetto a casa.
Quando Pisticci si svuota, resta ciò che lo rende unico: la sua identità profonda, la sua comunità, la sua capacità di essere casa anche quando non c’è folla. E chi parte lo sa bene: l’estate finisce, ma il legame no. È un filo che si tende, mai che si spezza.
William Grieco