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Continua indisturbata l'attività di predazione sottocosta nel mar Jonio lucano.
Ieri mattina un peschereccio è stato ripreso da un diportista mentre pescava in acque vietate, al di sotto della distanza minima di 3 miglia dalla costa e su un fondale profondo molto meno di 50 metri, dove la tecnica è invece consentita.
Altri pescherecci sono stati avvistati di sera dalle spiagge del litorale sempre a distanze ravvicinate e palesemente in acque poco profonde.
L'attività di pesca a strascico, già di per sé altamente impattante dal punto di vista biologico, tanto che la sua riduzione è un obiettivo della Comunità Europea, se praticata al di fuori delle regole che la disciplinano, arreca gravi danni all'ecosistema marino ed incide pesantemente sulla sua biodiversità.
Casi come quelli denunciati di recente risultano purtroppo frequenti nelle acque di Basilicata che, al netto dei proclami, sembrano restare terra di conquista con una particolare esposizione della zona costiera.
I predoni del mare sono spesso in agguato e sembrano sapere come sfuggire ai controlli, pur presenti in zona, come ben sanno gli stessi diportisti, oppure mettono già in preventivo di correre dei rischi sostanzialmente calcolati, in barba alle regole, contribuendo in tal modo a distruggere un ecosistema molto delicato ed ormai notevolmente impoverito.
Nel tentativo di ripristinare la legalità perduta da molti anni anche le istituzioni locali, attente a sviluppare un modello di turismo che punta a conquistare più ampie fette di mercato nazionale ed estero, dovrebbero svolgere un ruolo più attivo di sensibilizzazione e sollecitazione, col l'obiettivo di difendere il mare da un tipo di sfruttamento che sarebbe dovuto essere superato già da tempo.