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Un dossier dei Radicali svela la “bomba Basilicata”: dove l’incidenza tumorale è alle stelle

Tratto dal sito malitalia.it vi proponiamo un dossier, corredati da due video, di Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali lucani, in cui si denunciano intrecci fra "malapolitica" e "malaffare" ai danni dell'ambiente e della salute dei lucani.

“Discariche al collasso, discariche abusive, discariche che inquinano; monnezza che si sposta da una parte della regione all’altra”, comincia così il dossier di Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali lucani, che svela la Basilicata dei Sassi di Matera e dell’Aglianico del Vulture sotto l’assedio del malambiente, “avvelenata dalla malapolitica”.

Una situazione ambientale drammatica quella lucana, come certificato dall’Istituto superiore di sanità insieme all’Istituto tumori di Milano: “In Basilicata l’incidenza tumorale cresce come in nessun altra parte d’Italia”. C’è un paradosso in queste terre, spiega Bolognetti: “Chi mette le mani nelle nostre vite, negando giustizia, producendo avvelenamenti, saccheggiando il territorio, dorme in pace, mentre chi denuncia e prova a raccontare, il sonno lo perde”. Infatti, come spiega la deputata Elisabetta Zamparutti: “Lascia interdetti la tempestività della magistratura lucana che ha messo sotto processo chi ha voluto e fatto le contro-analisi dei corsi d’acqua della Basilicata”. Un grave inquinamento di origine biologica e chimica sulle acque del Petrusillo, di Monte Cutugno, della Camastra e di Savoia Lucana, invasi che riforniscono acqua sia per usi potabili che irrigui. Analisi realizzate “in forma indipendente – spiega Zamparutti – da Bolognetti insieme al tenente di polizia provinciale Giuseppe Di Bello”. Dati che contraddicono le rilevazioni dell’Arpab (Agenzia regionale per l’ambiente), silente per oltre un anno sul mercurio e altre sostanze cancerogene immesse nel fiume Ofanto dall’inceneritore Fenice. “Insomma, chi fa un’operazione di trasparenza e verità viene indagato per procurato allarme, mentre su chi tace mettendo a rischio la vita delle persone nessuno procede”, sbotta Zamparutti.

Un giorno in caserma
Il 1° marzo scorso Bolognetti viene convocato dai carabinieri di Latronico, in provincia di Potenza, per essere ascoltato da due ufficiali del Noe (il comando per la tutela dell’ambiente): “All’inzio ho pensato di esser stato convocato – scrive il radicale nel dossier sulla Lucania dei veleni – per avere notizie sugli esposti riguardanti vicende di inquinamento di Tito, della Val Basento, di Fenice o per essere ascoltato sulla denuncia presentata in procura nei confronti di alcuni dirigenti dell’Arpab. Non è così: la procura di Potenza vuole conoscere la mia fonte sulla vicenda dell’inquinamento degli invasi. In pochi minuti passo dal ruolo di accusatore a quello di imputato. Il sostituto procuratore di Potenza, Salvatore Colella, dispone la perquisizione della mia abitazione, negandomi la possibilità di avvalermi del segreto professionale, in quanto non iscritto all’albo dei giornalisti. Sono rinviato a giudizio insieme al tenente Di Bello”.

Il caso Mythen
La Val Basento ha ospitato, sin dai primi anni Sessanta e fino alla fine dei Settanta, industrie che producevano clorosoda, cloruro di vinile, polivinile cloruro (Pvc) e amianto. La Mythen arriva all’interno di un sito di bonifica di interesse nazionale, a Ferrandina, in provincia di Matera, nel 2003: produce biodisel, olio di soia, glicerina pura e fosfato monopotassico. Dallo stabilimento parte un tubo che scarica sostanze inquinanti direttamente nel Basento. Le acque del fiume cambiano colore, assumendo uno strano e minaccioso giallo, come scrive per la prima volta il Quotidiano della Basilicata nel 2006: “Chiazze giallastre e odore acre lungo un tratto del Basento hanno fatto gridare a un nuovo pericolo inquinamento”. Mythen, per sgomberare il campo da ogni dubbio, ha avviato le procedure per risolvere alcune criticità del processo produttivo che pure ci sono”.

Il dossier di Bolognetti per Marco Cappato, esponente di punta dei Radicali, “è una bomba contro la folle mediocrità di chi lascia una terra morire in silenzio, con i suoi fiumi, i suoi laghi e i suoi rifiuti. É la legittima difesa di un popolo, quello lucano, da un ceto dirigente corrotto e incapace, obbligato dai propri imbrogli a massacrare l’ambiente”.

La nave di Tito
Tito è un piccolo centro alle porte di Potenza. Qui c’è uno dei due Siti di bonifica d’interesse nazionale della Basilicata. Ma è mancato sia l’interesse che la bonifica. Passeggiando per le strade di Tito ci dicono che, nella zona, sono troppe le persone colpite da tumori. Si è fatto un gran parlare nei mesi scorsi di navi affondate nel Mediterraneo, ebbene a Titio scalo c’è una nave di cui da almeno 20 anni tutti sono a conoscenza: la cosiddetta vasca fosfogessi, ubicata nell’area ex-liquichimica, dove sono state stoccate migliaia di tonnellate di fanghi industriali e a detta del sindaco Pasquale Scavone anche fanghi di perforazione provenienti dalle estrazioni petrolifere. Si inizia a parlare della necessità di bonificare l’area industriale di Tito nel 2001. (…)


Il 16 luglio 2009 mi addentro, insieme al tenente Giuseppe Di Bello, nei “misteri” dell’area ex-liquichimica. Il tenente parla di “trincee” dove sono state interrate, in teli di Pvc, tonnellate e tonnellate di fanghi industriali: ho la sensazione di camminare su un materasso ad acqua, solo che sotto i nostri piedi non c’è acqua, ma veleno. Silenzio tombale, siamo circondati da 27.500 metri quadrati di “rifiuti tossico-nocivi”.

Maurizio Bolognetti

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 20 luglio 2010)