23Luglio2018

 

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San Giuseppe Lavoratore, il nuovo centro parrocchiale in Pisticci scalo

A consacrazione avvenuta, speriamo siano gradite alcune riflessioni per chiarire le scelte progettuali alla base della chiesa di San Giuseppe lavoratore; ci auguriamo che servano ai lettori ad amare l’architettura e quella delle chiese in particolare.
L’inevitabile ampiezza del testo, ha consigliato di dividerlo in due parti, legate tra loro ma anche adatte a letture autonome.

Prima parte: L’architettura
La posizione strategica lungo la Statale “Basentana” portò Monsignore Antonio Ciliberti a pensare ad un centro inter-parrocchiale, mentre Monsignore Salvatore Ligorio pensò ad un progetto che si legasse soprattutto al quartiere e al territorio di Pisticci, in quel periodo particolarmente funestati da problemi occupazionali e ambientali. Oggi, con Monsignore Antonio Giuseppe Caiazzo, il complesso parrocchiale è giunto a conclusione. Con i tre arcivescovi, c’è sempre stato l’impegno di don Michele Leone che, inoltre, ha interloquito prima con don Giovanni Punzi e, da qualche anno, con don Domenico Spinazzola. La Committenza ancora una volta ha mostrato la sua attenzione nei confronti dell'architettura e dell'arte.
Il progetto rispetta le gerarchie urbane: il fronte principale è sullo slargo antistante, dov’era quello della chiesa precedente; a differenza di questa tuttavia, la nuova non si sviluppa su via Ravenna ma a sud, dove c’è più spazio; il fronte lungo la strada è affidato al porticato mentre quello dei locali parrocchiali si estende sulla via di ingresso al quartiere. Ne è sorto un complesso molto dinamico grazie a rotazioni, disassamenti, superfici oblique, aggetti e rientranze che fanno prevalere le viste prospettiche accidentali su quelle centrali. Il giardino è in una sorta di corte aperta verso un uliveto che, sebbene di altra proprietà, contribuisce a caratterizzare il nuovo centro parrocchiale; si auspica un prato con al massimo quattro o cinque alberi autoctoni di media grandezza per segnare, insieme ai fabbricati, quel “silenzio metafisico” che favorisce l’incontro con Dio.
Il rispetto delle gerarchie urbane, non ha permesso di orientare la chiesa secondo la tradizione cristiana da est (presbiterio) a ovest (ingresso) ma il ricorso alla luce per esaltare la sacralità, non è stato negato; al contrario, l’oggettiva difficoltà ha stimolato l’apporto della luce tanto da farla diventare tema fondante nell’accezione dichiarata da Giovanni “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (Gv 1:5-7). La concavità interna e la convessità esterna dell’aula, seguono il percorso del sole da est a ovest; questo espediente, insieme alle 80 finestre, fa dell’aula un grande claristorio, un “organismo di luce” che, captandola nel corso della giornata, la restituisce in maniera cangiante. L’obiettivo è la restituzione di una luce che, evocando quella divina, aiuti a pregare con pienezza di spirito.
Evidentemente, la preghiera e le invocazioni al Signore saranno tanto più autentiche quanto più saranno cariche di spiritualità e, se è vero che la Chiesa è già dove si incontrano poche persone in nome di Dio (“… dove sono due o tre riuniti nel mio nome , io sono in mezzo a loro” – Mt 18,20), è anche vero che un luogo appositamente pensato deve favorire tale incontro. Ciò si verifica solo se la chiesa è autentica, cioè se l’architettura esprime la “realtà della chiesa” che deriva dalla capacità a far pregare bene il popolo di Dio; da tale condizione discende la sua riconoscibilità a cui segue quel sentimento di appartenenza che in genere abbiamo nei confronti delle cose. Ripercorrendo a ritroso il pensiero: ci appartengono gli oggetti che riconosciamo e che, in quanto tali, esprimono con chiarezza il motivo per cui sono stati realizzati.
Su queste complesse tematiche, concediamoci almeno le citazioni di due maestri, valide per ogni architettura e per le chiese in particolare. In Vers une architecture (Parigi 1923), Le Corbusier sostiene che l’architettura è ”pura creazione dello spirito” e tra i suoi compiti è commuovere; l’architettura commuove quando le cose che la compongono assumono un “ordine fatale” che è l’ordine assunto quando esse si legano alla nostra vita. Ma quando le cose si legano alla nostra vita? Quando, oltre ad essere necessarie come gli utensili che servono a produrre qualcosa, esse hanno forme evocative e rimandano alla propria ragione di essere. Due aspetti questi, che il maestro svizzero considera complementari: l’architettura deve essere utile e ben costruita ma al tempo stesso le sue forme devono essere belle in quanto espressive della sua finalità, cioè devono esprimere il motivo per cui sono state progettate.

La finalità della chiesa è la preghiera concelebrata intorno al presbiterio, elemento dal quale ha avuto inizio il progetto, evidentemente generato dall’interno verso l’esterno.
Per quanto riguarda la riconoscibilità dell’architettura, da Antonio Monestiroli si apprende che “…l’architettura (è) conoscenza della ragione degli edifici, quella ragione che la lega alla nostra vita reale, che va rappresentata in forme chiare e intellegibili”. (Antonio Monestiroli, La ragione degli edifici, Christian Marinotti Edizioni s.r.l., Milano 2010).
La chiarezza non deriva solo dalle forme ma anche dalla loro distribuzione: sagrato, nartece e vestibolo sono disposti con un ordine tale da immettere inequivocabilmente in aula a sua volta riconoscibile dall’esterno grazie alla compostezza formale che rivela persino il presbiterio laddove si ricompongono venti finestre. Analogamente, la cella campanaria si riconosce perché esprime inequivocabilmente se stessa per forma, dimensioni e posizione nella compagine architettonica; inoltre, sormontando il porticato, la cella assolve al proprio compito: annuncia la chiesa al quartiere che si estende di fronte.
Le stesse finestre, facendo intendere l’importanza della luce all’interno, rivelano che in quel luogo si svolgono funzioni che proprio la luce contribuisce ad esaltare. Segni, dunque, che non rimandano ad altra realtà se non a quella della chiesa, corroborata dai simboli dell’apparato decorativo: la Croce a forma di Tau sul bordo del nartece, quella di acciaio al di sopra della cella campanaria e soprattutto quella a est del fronte principale, anch’essa disegnata dalla luce, naturale di giorno, e artificiale di sera.
Far vivere un’architettura nella propria realtà non esclude, tuttavia, di affidarsi ad altre metafore, a temi collaterali; se in architettura non si ricorresse ad altro dal tema principale, tutte le chiese sarebbero pressoché uguali, ma anche tutte le scuole, gli ospedali, le sale cinematografiche, gli stadi, ecc. Affinché un’architettura si distingua dalle altre, è necessario che ricerchi suggestioni almeno dal luogo in cui sorge e, nel caso di una chiesa, dal santo a cui è dedicata. Senza mettere in crisi la realtà dell’edificio cultuale, le scelte progettuali caratterizzano il complesso anche come una sorta di opificio che, sin dalla prima versione, è rimasto sottotraccia in questa architettura dedicata a San Giuseppe, protettore dei lavoratori, e pensata per questo luogo che ha ospitato il primo insediamento industriale di Basilicata: le finestre poste in maniera informale e quelle a nastro, la cella campanaria metallica, lo sbalzo e le vetrate dei locali parrocchiali rimandano agli ambienti industriali, ne sono una chiara evocazione.
Per quanto possibile, il centro parrocchiale risponde anche alla carenza di luoghi aggregativi del quartiere; la speranza è che i nuovi luoghi vengano fatti propri dalla comunità senza snaturarne il carattere, frutto di un delicato equilibrio formale - spirituale.

Renato D'Onofrio